La Ceramica Cerretese, la Storia

...UNA STORIA DA VIVERE E DA RACCONTARE!

... A STORY TO LIVE AND TELL!


LA CERAMICA CERRETESE


 


I colori della ceramica cerretese sono il giallo, il verde, il blu e l'arancio, filettati con il manganese, per quanto concerne la gamma policromatica, e il celebre blu turchino, presente su gran parte della produzione di albari o albarelli da farmacia. I manufatti più conosciuti sono, senza dubbio, le acquasantiere. Ma notevole è la varietà di forme, oggetti e autentiche opere di ingegno, quali ad esempio i calamai, le guglie, i trionfi da tavola.


"La manipolazione della creta è nata con l’uomo in base ai suoi bisogni esistenziali", poi nel ‘700 è l’artigiano a custodire l’ordito ideale per la realizzazione plastica dell’opera d’arte. È questa manipolazione a racchiudere quindi il segreto sia del creato che della creazione!
Una delle rinomate acquasntiere antiche Alvarone in blu "turchino" cerretese Piatto Cerretese a tesa geometrica con Leone

Alcuni pezzi della collezione del Museo Civico della Ceramica Cerretese


L'attività di lavorazione della ceramica a Cerreto ha antiche origini, probabilmente risalenti già al periodo sannitico: il primo pezzo di cui si ha notizia è un Ecce Homo appartenuto alla prima badessa del Monastero delle Clarisse, Francesca Sanframondi, nel XV secolo.

Gli altri pezzi ceramica arcaica di cui si ha conoscenza risalgono al XIV secolo e nella fattispecie trattasi di un’acquasantiera decorata con il profilo di S.Caterina con la ruota; un Presepe ed un’acquasantiera con ostensorio a tinta gialla del XV secolo; un’altra acquasantiera con l’immagine di Sant’Antonio Abate del XVI secolo; ceramiche con stemmi gentilizi, tra cui un piatto della badessa Mazzacane.


È però, soprattutto dopo il terribile terremoto del 5 giugno 1688 - e con la successiva ricostruzione - che le più importanti maestranze napoletane (i "faenzari") giunsero a Cerreto Sannita rivoluzionando la decorazione ceramica in modo da associarla al più vivace stile tardo barocco.
Diversi furono i maestri napoletani, che si stabilirono a Cerreto, tra i quali i Giustiniano, i Festa, gli Scarano ed i Marchitto; costoro, con il loro operato, resero la ceramica cerretese ambita e ricercata tanto da essere ammirata più volte dai sovrani napoletani che nella realizzazione delle statuine del presepe della Reggia di Caserta si avvalsero di maestranze cerretesi.

Questo importante fattore insieme alla eccezionale voglia di ricostruire, alla caparbietà e l'ingegno degli artigiani locali e grazie anche alle nuove committenze dei ricchi possidenti, mercanti e nobili, si apre una stagione nuova, che in cento anni produrrà una così vasta gamma di manufatti, con una tale finezza espressiva e innovazione tecnica da superare proporzionalmente città e ceramiche di gran lunga più blasonate.

Oltre ai "faenzari" c'erano i "pignatari", tornianti specializzati nella modellazione delle pignate (usate per cuocere i legumi o nelle feste popolari), ed i "cocciolari" che creavano i manufatti di uso comune.


L’arte figulina, a Cerreto, rivestì maggiore importanza, quindi, tra il ‘600 ed il’700, grazie anche agli scambi commerciali dovuti alla presenza del vicino tratturo regio (ricordato anche come l'"autostrada delle pecore"), epoca del vivace barocco napoletano, sintetizzato in maniera nuova e armonica a Cerreto Sannita.

Taluni, sostengono, che nel ‘600 la ceramica Cerretese sarebbe caratterizzata dall’influenza dei bianchi faentini, ma siamo piuttosto convinti, alla luce dei nuovi studi, che l'influenza effettiva sullo stile cerretese derivi soprattutto dal mondo arabo, spagnolo e dall'apporto di alcuni ceramisti castellani che intanto colonizzarono, alcune delle tradizioni del sud dello stivale. E' comunque indubbio, che questa tradizione, dalla matrice popolare e dalla cultura tipica locale, dalla derivazione stessa da un territorio variegato, aspro, ma ricchissimo di una straordinaria complessità sia faunistica che naturalistica, interpreta liberamente schemi d’arte in una scala cromatica che si articola dai gialli ai verdi, ai blu zafferano, proprio ispirandosi alla natura stessa del luogo di origine, mentre, alla metà del Settecento, si afferma il chiaroscuro turchino, blu cobalto, soprattutto per i vasi da farmacia, più raffinato, in qualche modo più internazionale.

Con l’avvento del rococò compaiono nelle ceramiche cerretesi vivaci accostamenti cromatici per i motivi a cineserie, floreali e di influenza francese si afferma il monocromatismo bruno-paonazzo su smalto grigio. L’ultimo momento della ceramica cerretese è contrassegnato da un ritorno all’imitazione antica, alla decorazione ad ornato neo-classico. Manufatti dell’ultimo periodo sono un po’ qua e là: sui muri, nelle case, nelle Chiese, nelle ceramoteche. Ricchissime sono le collezioni private e a volte sorprende quanto vasto sia il materiale originale reperibile, e quanto l'intero sud Italia sia stato penetrato da questa tradizione. Volgendo l’Ottocento, poco a poco, soprattutto in coincidenza di una mancanza di committenza nobiliare, quindi dopo i fatti del 1813, con le leggi emanate da Gioacchino Murat,le gloriose faenzere chiudevano i battenti per poi riaprirli solo agli inizi del 1970 quando nuovi e nostalgici maestri rituffandosi nelle fonti originarie dell’arte figulina riaccendevano quella suggestiva e valorosa avventura dell’arte meridionale chefu ed è: la Ceramica Cerretese.


 

LA CITTA’

Il territorio comunale di Cerreto Sannita fu abitato sin dalla preistoria come testimoniano alcuni ritrovamenti d'età neolitica avvenuti alla fine del XIX secolo nei pressi di Morgia Sant'Angelo[3]. Lo storico romano Tito Livio nei suoi scritti citò il villaggio sannita di Cominium Ocritum, toccato da Annone, generale di Annibale, durante la seconda guerra punica.[4] Successivamente il nome Cominium Ocritum fu volgarizzato in Cominium Cerritum.

La Cerreto antica, edificata a seguito delle invasioni saracene, divenne un fiorente centro commerciale tanto da ricevere nel 1480 il titolo di città, concesso dal Re di Napoli perché:

« [...] residenza dei vescovi da più secoli, capo della contea, illustre per la nobiltà dei cittadini possessori di feudi, dovizioso per le ricchezze, ameno per l'aria, fertile per li terreni. Riguardevole per la magnificenza delle chiese e conventi, ornato di case palaziali [...]»

Feudo dei Sanframondo prima (1151-1460) e dei Carafa poi (1483-1806), nel XVII secolo divenne sede stabile della Diocesi Telesina oggi Diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant'Agata de' Goti.

Il vecchio abitato venne distrutto dal terremoto del 5 giugno 1688. Di fronte a tale sciagura il conte Marzio Carafa, suo fratello Marino ed il vescovo De Bellis decisero di ricostruire l'abitato più a valle seguendo un progetto redatto dal regio ingegnere Giovanni Battista Manni.

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